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Per un glossario mistico elementare   versione testuale





Riportiamo qui di seguito un'intervista in cui Monsignor Raspanti (Vescovo di Acireale) fornisce un primo orientamento su cosa sia la mistica.
 
Già da alcuni anni, grazie all’esperienza dei Teatri del Sacro, abbiamo aperto una nuova pista di riflessione legata al rapporto tra teatro e mistica. Ci puoi dire in due battute che cosa si intende per mistica?
Nel corso di duemila anni di Cristianesimo non c’è stata una definizione identica e costante di “mistica”, e fino al ’700 non c’è stata nemmeno l’esigenza di una definizione. In realtà proprio nel ’700 emerge con più chiarezza la necessità di definirla, di distinguerla esplicitamente dall’ascesi e da altre forme di vita spirituale. Anche se il termine si trovava già in testi come lo pseudo-Aeropagita, e anche se comunque, nel Medioevo, la teologia mistica era già uno dei rami principali della teologia e dei modi di interpretare la stessa Scrittura. Ma insomma era tutto ancora abbastanza vago. Il Seicento è stato il secolo mistico francese per eccellenza, il secolo in cui è “scoppiata” la questione mistica: infatti, con il quietismo, essa è incappata in problematiche dottrinali, e quindi, dal ’700 in poi, si è cominciato a prendere le distanze. Già la teologia speculativa, chiamiamola così, era avvertita come piuttosto distante da un vissuto esperienziale di santità, e particolarmente dai mistici (Teresa d’Avila, e le difficoltà che ha dovuto attraversare per rendere conto di quanto le accadeva, ne è un esempio); poi c’è stato un ulteriore collasso, non solo tra i teologi e mistici, ma tra gli stessi pastori, i vescovi, e i mistici. Per queste ragioni la mistica è rimasta una regione poco frequentata, guardata con un po’ di sospetto.
Era guardata con sospetto perché aveva a che fare con la coscienza, con l’intimità, con l’interiorità?
Beh no, non soltanto per questo: perché era, da un certo punto di vista, difficilmente controllabile. Si poneva il problema di valutare in che misura si rapportasse con l’obbedienza, e con la controllabilità delle pratiche ascetiche. In parte, si temeva che desse la stura a un soggettivismo, essendo stata intesa da alcuni come un’immediatezza che superasse la mediazione.
Il fatto che la mistica sia esplosa in modo evidente dopo la Controriforma fa pensare che costituisse anche un modo per superare il rito…
C’erano già stati dei grandi risvegli mistici, legati soprattutto alle donne, nel Due-Trecento e nel Quattrocento, specialmente dentro i monasteri, nei nuovi ordini religiosi francescano e domenicano. Ma ancora la questione rimaneva perfettamente nell’alveo dell’istituzione ecclesiastica (anche se c’era stato, ad esempio, il problema delle beghine, di come inquadrare il loro modo di vita dentro un diritto). Per altri aspetti è vero che alcune derive di mistica si sono contrapposte all’istituzione, hanno voluto scavalcare qualsiasi mediazione rituale-sacramentale, e questo è stato il grande problema che è emerso nel ’600 e nel ’700. La mediazione ecclesiale, sacramentale, terrena, storica, in ultima istanza, è scavalcabile o non è scavalcabile? In alcune derive mistiche si è pensato di poterla scavalcare, in corrispondenza, come dici, alla sfiducia nell’istituzione ecclesiastica.
Tornando ai nostri giorni: se un credente, o anche un non credente, dovesse porti la domanda su cosa è la mistica, cosa risponderesti?
È un livello di profondità del vissuto religioso. È la percezione, a una certa profondità o altezza, dell’appello di Cristo. È il modo con cui tu hai consapevolezza che Cristo si rivolge a te, che ti chiama, ti conduce e ti guida, che opera nella tua vita. Il livello di percezione e di consapevolezza che man mano ne maturi è vissuto fondamentalmente in chiave passiva, cioè come Lui opera in te. È costitutivo della mistica essere la recezione passiva di un’opera di Dio, senza che questo implichi, in senso quietistico, un’assoluta passività del soggetto, come se il soggetto fosse una specie di materia inerte. È una passività attiva, nel senso che è accettazione libera e volontaria.
La mistica si consuma solo all’interno di un percorso di fede o potrebbe essere vissuta anche al di fuori? Necessita dell’esistenza di Dio?
Storicamente abbiamo testimonianze che questo tipo di percezione, di coscienza, è diffusa al di fuori della religione cristiana. Ci sono segnali evidenti anche in persone non credenti, per così dire, che tuttavia fanno sempre riferimento a qualche religioso.
Il rapporto tra mistica e inconscio?
È stato studiato molto, e devo dire che già anticamente, quando la psicologia non era stata approfondita come oggi, si erano messi a punto una serie di segni, segnali, esami, attraverso i quali il direttore spirituale doveva rendersi conto se l’esperienza mistica fosse prodotto della persona, della suggestione, oppure se ci fosse veramente una recezione dell’opera di Dio. Qual è l’origine, è un primo problema. Il secondo è come interagisce con l’inconscio. Io penso che vi interagisca come con tutti gli altri livelli della nostra coscienza: perché la vita mistica è tale quando c’è consapevolezza.
Secondo te come mai da parte della Chiesa nei confronti della mistica ancora oggi ci sono indifferenza o sospetto?
Il sospetto è sempre lo stesso: che ci sia troppo margine di imbroglio, troppo margine di confusione, troppo margine per le pretese individualistiche negative.
Come risolvere questo rapporto conflittuale? Per una rinascita personale, ma anche ecclesiale, la mistica è una delle vie privilegiate.
Innanzitutto, direi, calandola in maniera normale nel vissuto dei credenti. Il punto è che spesso il vissuto dei credenti rimane a un livello di “principianti”, cioè ancora troppo elementare, e poco spazio si dà a una vera maturazione in profondità. Troppo poche energie si dedicano, nell’educazione alla fede cristiana, a sviluppare profondità, e fare dunque del rapporto con Cristo un rapporto veramente autentico. Se poi alcuni “salti”, per così dire, della vita interiore, non sono prodotti della persona ma sono ricevuti come pura grazia, questo ovviamente è indecidibile oggi. Però è vero che l’educazione cristiana dei nostri uomini e delle nostre donne può dare largo spazio alla riscoperta del cammino della preghiera, del coltivare fino in fondo la relazione con Cristo.
Tu vedi bene il teatro portato dentro agli esercizi spirituali?
Secondo me sì, come sta accadendo in quota parte per molte forme di arte, pittorica, scultorea, adesso si tenta anche con il cinema… perché la parentela tra esperienza artistica e esperienza religiosa e mistica è troppo grossa. Solitamente l’esperienza mistica parte, nei casi più eclatanti, con la meraviglia, lo stupore, l’aprire gli occhi, atteggiamenti comuni anche all’esperienza artistica, naturalmente. Questa parentela fa sì che l’arte sia continuamente a contatto con ciò che è più grande di noi, e quindi con la religione. Poi però ci vuole la capacità di conoscere i linguaggi…
Questo forse è un limite che non troviamo solo nella mistica ma anche nella trasmissione della fede…
Esattamente. In questi giorni mi è stato proposto di fare qualche mini meditazione quaresimale su scene bibliche rappresentate in quadri. Ci si accorge di come Caravaggio, Tintoretto, ecc., mettano moltissimo di proprio in scene che sono già codificate, per così dire, da un brano evangelico… eppure tutto cambia enormemente se la stessa scena è rappresentata da El Greco o da Caravaggio. La stessa cosa vale per il teatro: ha più linguaggi in uno.